Un sito e un'idea semplice, per ora limitata ai soli tumblr, Worldwide desktops: fai una foto al tuo computer e alla tua scrivania, mandagliela e loro la pubblicheranno. Devi solo indicare 4 delle 5 W del giornalismo anglosassone: who, where, when, why, chi sei, dove sei, quando, e perché. Ci sono anch'io, scovatemi.
La ragazza è categorica: per lei esistono solo gli uomini da 1 metro e 80 in su. Peccato, non sa cosa si perde: ci sono uomini meravigliosi - io, ad es. - anche da 1 metro e 80 in giù. E comunque, cara ragazza, se il problema è l'altezza, sta a vedere che alla fine devo mettermeli io, i tacchi?
Mentre in Italia si perde tempo dietro l'ennesima riforma della giustizia, un problema molto sentito dai cittadini, in particolare da uno, mentre gli italiani si dividono sul crocifisso da togliere o lasciare, mentre ancora si tagliano fondi e finanziamenti a università e ricerca, il mondo non si è fermato mai un momento: Cina e India stanno diventando il nuovo baricentro del potere economico mondiale. La lettura di L'impero di Cindia. Cina, India e dintorni: la superpotenza asiatica da tre miliardi e mezzo di persone, Mondadori, di Federico Rampini, corrispondente di Repubblica da Pechino, è al tempo stesso piacevole e sconfortante. Si tratta di un testo che sa catturare l'attenzione del lettore, al quale però mostra - per contrasto - quanto ritardo abbiamo accumulato noi europei - degli italiani meglio non parlare - in tutti questi anni. L'India è la più vasta democrazia esistente al mondo, un esempio di pluralismo e tolleranza, capace di avere contemporaneamente un presidente della Repubblica musulmano, un primo ministro della minoranza Sikh, una leader del partito di governo cattolica e italiana. È al tempo stesso il paese il cui numero di laureati supera l'intera popolazione della Francia, ma anche la patria di un terzo di tutti i poveri della terra. La Cina da un lato ha fatto suoi i principi dell’economia di mercato entrando a far parte del Wto, l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, conservando dall'altro l’impostazione politica di uno Stato autoritario. Costituisce un bacino potenzialmente infinito di manodopera a bassissimo costo - un operaio cinese, spesso un minorenne che lavora anche 16 ore al giorno, dorme in fabbrica, non ha ferie nè assicurazione malattia, rischia l'intossicazione e vive sotto l'oppressione di padroni-aguzzini, prende all'ora 95 centesimi di dollaro, contro i 26 dollari dello statunitense e i 36 del tedesco - che ha superato gli Stati Uniti come destinazione di capitali produttivi.
India più Cina uguale Cindia, la superpotenza mondiale nella quale le multinazionali di tutto il mondo delocalizzano, con un totale di 6 milioni di laureati all'anno, di cui mezzo milione di ingegneri e informatici, contro i 60.000 che escono dalle università statunitensi [senza considerare i cinesi e gli indiani che si laureano in America per poi tornare in patria e mettere a frutto i titoli di studio acquisiti]. Ci sono buone ragioni per affermare che in un futuro più o meno remoto saranno queste due nazioni a contendersi la leadership mondiale. Per quanto ci riguarda, nonostante il prestigio che circonda ancora il made in Italy nel mondo, il nostro modello di sviluppo è incapace di competere sul piano della ricerca e dell'innovazione tecnologica. Come osserva Rampini, non dobbiamo temere tanto i prodotti che escono dalle fabbriche cinesi con l'etichetta made in China, ma quelli che non ce l'hanno.
India più Cina uguale Cindia, la superpotenza mondiale nella quale le multinazionali di tutto il mondo delocalizzano, con un totale di 6 milioni di laureati all'anno, di cui mezzo milione di ingegneri e informatici, contro i 60.000 che escono dalle università statunitensi [senza considerare i cinesi e gli indiani che si laureano in America per poi tornare in patria e mettere a frutto i titoli di studio acquisiti]. Ci sono buone ragioni per affermare che in un futuro più o meno remoto saranno queste due nazioni a contendersi la leadership mondiale. Per quanto ci riguarda, nonostante il prestigio che circonda ancora il made in Italy nel mondo, il nostro modello di sviluppo è incapace di competere sul piano della ricerca e dell'innovazione tecnologica. Come osserva Rampini, non dobbiamo temere tanto i prodotti che escono dalle fabbriche cinesi con l'etichetta made in China, ma quelli che non ce l'hanno.
Ieri sera, intorno alle 21, passando davanti ad un supermarket, sugli scaffali erano esposti i panettoni.
Premetto che non sono mai stato un fan di Michael Jackson, ma è anche vero che, a meno di vivere una vita da eremita, è difficile sfuggire alla capacità dei prodotti dell'industria culturale e dei miti della cultura popolare di entrare a far parte del tuo bagaglio culturale senza che tu te ne accorga: tutti sanno chi è Marilyn Monroe, anche quelli che non hanno mai visto un suo film - basandosi su questo meccanismo Andy Warhol nelle sue serigrafie consacrava i feticci della società contemporanea, da Marilyn alla zuppa di piselli Campbell, e quindi indirettamente anche se stesso - allo stesso modo, vai al cinema a vedere questo film che non è un film, e neanche un documentario, This Is It: trattasi delle prove delle coreografie e dei pezzi che Jackson avrebbe portato nei concerti londinesi, e le sue canzoni scopri di conoscerle tutte o quasi. E comunque sia This Is it sfata almeno una volta la tendenza a retrodatare gli eventi luttuosi. Sappiamo tutti che il cantante non ha potuto tenere quei concerti, ma il Jackson che si presenta sul palco è un ragazzino cinquantenne perfezionista e gentile che balla, canta, piroetta, scherza con i suoi ballerini e ai musicisti chiede che le canzoni suonino come nei dischi. Non ci sono gli affaticamenti, le depressioni e i sedativi di cui si è parlato tanto - è anche vero che lo stesso Jackson aveva dichiarato che quelli del 2009 sarebbero stati gli ultimi concerti della sua vita. Si può interpretare questa pellicola quindi o come un doveroso omaggio postumo alla sua memoria o come il tentativo di recuperare in parte gli incassi sfumati per l'improvvisa scomparsa. E direi che il fatto che l'una non escluda l'altra, è una cosa tipicamente pop.
Il trailer, qui.
Il trailer, qui.
La sera, dopo la pioggia, le insegne al neon si specchiano nelle pozzanghere.

È una fortuna che al cinema, durante il film, gli spettatori siano avvolti dall'oscurità. Diversamente si sarebbe potuto vedere ieri il sottoscritto piangere più volte durante la proiezione di Up. Il nuovo film di animazione della Pixar è un tale capolavoro che dopo pochissimi minuti ci si dimentica di avere a che fare appunto con dei personaggi disegnati. Merito anche della sceneggiatura, che ha il coraggio di fare di un burbero vecchietto, Carl Fredricksen, la cui casa è minacciata dalla speculazione edilizia, il protagonista della vicenda, e che se da un lato offre quella giusta dose di avventura e comicità - il boyscout logorroico, i cani parlanti - per piacere ai più giovani, dall'altro propone sottili messaggi allo spettatore adulto: dalla riflessione sul posto degli anziani nella nostra società, all'idea che i nostri sogni in fin dei conti non hanno una data di scadenza, e anche quando le avversità della vita ci hanno impedito di realizzarli, non è mai troppo tardi per provare a farlo. Un film delicato, leggero come una casa trasportata da palloncini, lassù nell'azzurro. Qui il trailer.
Mentre percorrevo in treno un pezzetto di Toscana, mi risultava estremamente difficile distogliere lo sguardo da là fuori. Tutto si può dire tranne che l'autunno non abbia dei colori bellissimi. Davanti ai miei occhi scorrevano vegetazione e alberi con tonalità incredibili di giallo ocra rosso arancione e marroncino: sfumature che richiedono nomi poetici come terra di Siena bruciata, terra d'ombra naturale o Lacca di garanza. Il libro che avevo portato con me per il momento poteva aspettare.
A margine: Natalia Ginzburg, una scrittrice che meriterebbe di essere ricordata non solo per le cose che scrisse sul crocefisso - alcune delle quali tra l'altro le condivido pienamente: "Non può essere obbligatorio appenderlo. Però secondo me non può nemmeno essere obbligatorio toglierlo. Un insegnante deve poterlo appendere, se lo vuole, e toglierlo se non vuole. Dovrebbe essere una libera scelta" - ma anche per libri come Lessico famigliare, che è uno dei più belli della letteratura italiana del Novecento.







